GEOGRAFIA INTERIORE DELLE ANIME DISORIENTATE

Le anime disorientate sono un po’ delle creature mitologiche, hanno un senso della direzione emotiva che varia in base all’umidità e seguono i cuori un po’ come fossero segnali stradali: peccato che i cuori , si sa, cambiano idea ad ogni rotonda.

Sono quelle che entrano in una stanza e per un attimo si chiedono se sono nel posto sbagliato, poi fanno finta di niente ,sorridono e si siedono dove capita, generalmente nel posto sbagliato.Non hanno fretta le anime disorientate, ma non hanno neanche pace, camminano con l’aria di chi ha perso qualcosa prima di nascere, hanno borse piene di scontrini, tasche piene di monete, anche quelle di paesi in cui non sono mai state e un’agenda piena di cancellature. Dicono “si” quando la parola giusta sarebbe “forse” e “no” quando vorrebbero gridare “aspettami”.

Hanno un talento speciale per attrarre persone complicate, gatti randagi e offerte telefoniche che nessuno riesce a disdire. Leggono almeno tre libri contemporaneamente e non ne finiscono nessuno, ma ti sanno dire esattamente dove erano rimaste con l’emozione.

Quando guardano un film piangono sempre due scene prima del resto del mondo e quando ridono non lo fanno quasi mai per le battute giuste.

A loro non serve un manuale, perchè tanto non lo leggerebbero, oppure, se lo leggessero, sottolineerebbero le parti sbagliate…e comunque si scorderebbero di portarlo con se. Ma le anime disorientate non si perdono mai davvero, stanno solo cercando un’uscita di sicurezza da se stesse. Peccato che sia sempre dietro una porta con su scritto “spingere”, mentre loro continuano a tirare.

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GLI ESITATORI SERIALI. SPECIE IN VIA DI MOLTIPLICAZIONE

Loro non decidono. Loro si “affacciano” alle decisioni, danno un’occhiata, fanno ciao ciao con la manina e si rintanano nel limbo del “ci devo pensare”.

Ogni bivio è un labirinto. Ogni opzione una tragedia greca in cinque atti. nel dubbio, restano immobili. Così, per sicurezza.

Alla domanda “cosa vuoi mangiare” loro sperano che la fame muoia da sola. Alla domanda “ma lo ami?” loro vagheggiano che l’amore si dichiari spontaneamente con pec e allegato.

La loro esistenza è una sequela infinita di messaggi lasciati a metà, scarpe mai comprate, film iniziati e poi interrotti “perché poi, magari, succede qualcosa di brutto” (spoiler: succede lo stesso anche se non lo guardi)

Il loro sogni inviano lettere minatorie perchè sono stati lasciati per troppo tempo in bozza (nuova versione del vecchio: si sono ammuffiti)

Hanno fatto dell’esitazione una vocazione, del “non lo so” un mantra, del “ci penso” un alibi esistenziale.

Possiedono un talento unico: riescono a dire “forse”con l’eleganza di un filosofo greco e la tempistica di un modem 56k. La vita li chiama e loro mettono giù . Lei richiama e loro attaccano ancora e poi dicono “strano, non prende”.

Ma la verità è che il mondo non li ha ancora capiti, loro non sono indecisi: sono in fase di pre-considerazione del possibile, ma un giorno, forse, decideranno di decidere. Forse.

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ARCHIVIO SENTIMENTALE: IL FILE CHE NON SI CANCELLA MAI

Ci sono amori che non finiscono.

No, non perchè siano eterni. Finiscono le batterie del telecomando, finisce la pasta di mandorle a Natale, la stecca di cioccolato, ma loro no. Loro restano. Come il glitter dopo una festa. Come il ritornello di una canzone orecchiabile. Come le bollette.

Sono quegli amori che, anche quando credi di averli sepolti con tanto di fiori sopra e discorso strappalacrime , spuntano fuori come i brufoli pre-colloquio.

Ti capita di sentirli mentre ascolti la radio, li riconosci in quel tipo che attraversa la strada con quel passo familiare, in quel modo di girare il cucchiaino nel caffè. E dici a te stessa :”Ma no, sono oltre, sono rinata, sono una nuova versione di me, la 2.0!” E intanto il cuore, quel bastardo, apre Spotify e mette la playlist “struggimento da divano con biscotti e gelato”.

Sono amori che non si accontentano di aver rovinato la tua stabilità emotiva una volta sola. No. Loro si abbonano. Tornano quando stai bene, quando stai male, quando stai mangiando una pizza con un’altra persona e tutto sembra andare liscio. Tu sei lì e …boom: il messaggino: “ciao, ogni tanto mi pensi ?”. Ogni tanto?? Tu sei la mia emicrania affettiva ricorrente, non una nostalgia da week-end.

Eppure…li porti ancora dentro. Con affetto, con rabbia, con tutto il pacchetto deluxe. Non lo sai neanche più se è amore, attaccamento o solo una forma raffinata di dipendenza da adrenalina emotiva e forse, ormai, non importa neanche , perchè ci sono presenze che, anche se non abitano più la tua vita, continuano a scaldarti quell’angolo del cuore dove si mettono i ricordi belli…e quelli bellissimi. Ecco, puoi trovarli lì- come quei calzini spaiati che non butterai mai via. Ti strappano una risata. Una di quelle che parte dal petto e finisce negli occhi, con una punta di malinconia che ancora sa di amore. Quello vero. Quello imperfetto. Quello che, che tu ci creda o no , ti ha insegnato a ridere anche quando faceva tanto male.

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Dedicato a Luciana che non ama le cose poetiche

LETTERA ALLA SPERANZA CHE HO LASCIATO ANDARE

Ci sono addii che non si consumano nella rabbia, ma nella resa dolce e inevitabile a ciò che non sarà mai

Ti ho tenuta stretta anche dopo che te ne sei andata. Eri succosa e morbida come un frutto maturo, e mi hai avvolta così pienamente da coprirmi gli occhi – impedendomi di vedere che non sarebbe mai successo. Che me ne sarei dovuta andare per non morire. Non di te, ma di illusione. Di dolore.

Adesso sono a metà del fiume. Guardo la riva con la stanchezza di chi vorrebbe sdraiarsi nel letto d’acqua fresca e abbandonarsi alla corrente, per sempre. Ma non posso. Devo passare il guado. Mi volto indietro e vedo cadere ogni sogno, ogni costruzione che credevo solida. Si sbriciola tutto sotto i miei occhi come una casa fatta di polline.

Devo andare ora. Nel nulla che mi attende davanti. Nel tutto che non so nominare.

Puoi sparire del tutto, ora, speranza mia. Compagna di giorni allegri e pieni di fiori in festa. Vai.

Ma io non resto vuota

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ps. Non ho più sperato. Ma ho scritto. E in queste parole ho lasciato una briciola per chi, nel buio, cerca ancora il sentiero. Con amore.

IO ED IL TIGLIO

-Sei ancora vivo?

– Sì, ma da fermo

L’albero ha una voce ruvida, che sa di vento e di terra secca. Non è che proprio parla , ma ascoltando abbastanza a lungo capisci quello che vuole dire.

-hai mai desiderato di andartene?

-No, però ho desiderato di non essere guardato soltanto quando fiorisco.

Ci siamo seduti insieme, io e lui, uno che non si sposta mai e una che non sa mai dove stare. Ma nessuno resta davvero fermo, nemmeno chi ha radici, anche l’attesa è un movimento, solo più lento.Il suo tronco è segnato da anni, i miei pensieri da giorni. Mi ha chiesto se ero stanca e gli ho detto di sì.

-Allora appoggia la schiena a me, i forti servono anche a questo.

Le sue cicatrici non chiedevano niente, se non che io le vedessi, così, all’improvviso le vidi e le accarezzai.

-Perchè resisti?

E lui, con la calma che solo i millenni possono insegnare, ha risposto:

-perchè il dolore, se lo reggi abbastanza, diventa linfa. Voi credete che il tempo guarisca, ma spesso è solo il silenzio che fascia le ferite. Lo sai, non c’è urgenza nei tronchi, soltanto fede nella stagione che verrà

Da quel giorno ho smesso di parlare agli alberi. Ora li ascolto.

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MANUALE DI FUGA SOTTILE

GUIDA SEMISERIA PER PERSONE AFFATICATE DALLA CONVERSAZIONE UMANA

Lezione n.1: Come abbandonare una conversazione senza muoversi.

Tecnica dello sguardo vuoto: fissa un punto oltre la spalla dell’interlocutore, come se avessi appena visto la tua prossima vita .Funziona. Si spegne.Si confonde.Cambia discorso.

Risposta circolare con vernice filosofica: es.”in fondo siamo tutti in attesa di qualcosa che non arriva mai…no? ” Silenzi. Sguardi perplessi. Puoi approfittare per uscire mentalmente dalla scena.

Interruzione gentile con domanda mistica: “ma tu…credi che il tempo sia reale?”Ti garantisco che nessuno risponde con entusiasmo. Il 70% si allontana. Il resto si interroga. Tu, nel dubbio, sparisci.

Metodo “cataclisma emotivo improvviso. Sussurra:.”scusami, sto sentendo qualcosa di forte nel plesso solare”.Sguardo assorto, mano sul petto.Nessuno osa disturbarti più.

Conclusione? Per fuggire davvero da una conversazione basta una buona padronanza del silenzio, una dose di sarcasmo, e una consapevolezza incrollabile: non sei tenuto a stare dove non respiri.

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L’UMILTA’ DEL SEME

Non grida il seme. Non chiede applausi, non si mostra.

Si piega. Si affida. Scompare. Accetta il buio come casa, la terra come grembo, il tempo come maestro. Non sa quando spunterà, non sa quando vedrà la luce . Ma fa lo stesso. Rinuncia a ciò che è , per diventare ciò che può essere. E’ questa la sua forza: non trattenere la forma, ma cedere alla trasformazione.

Nel silenzio della terra, tra i lombrichi e la decomposizione, il seme non si ribella. Non accelera.Non si lamenta. Respira in segreto, mentre il mondo là fuori continua a correre.

Solo chi si piega così, solo chi accetta di non sapere, solo chi si lascia seppellire può diventare albero, ombra, frutto, rifugio.

Non è debolezza è il coraggio antico di chi sa che per vivere pienamente bisogna prima morire un po’.

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IL DONO INVISIBILE

Ci sono dei gesti che non hanno bisogno di testimoni e parole che non escono mai dalla bocca. Ci sono attenzioni leggere come il vento tra i rami , che cambiano tutto in silenzio .

Ci sono persone che tengono in piedi mondi interi senza che nessuno se ne accorga, non lo fanno per martirio, ma per natura: amano senza essere visti e vegliano senza che nessuno glielo chieda, loro si intrecciano, si offrono, fanno spazio per l’altro.

L’invisibile è un linguaggio e forse è la forma dell’amore più elevata, non ha bisogno di essere vista per esistere; e quanto coraggio ci vuole in un mondo che misura l’esposizione, a restare invisibili. Quanta forza a non chiedere applausi, a non mendicare conferme.

C’è una trama sottile che tiene insieme ogni cosa, e la vera cura non si annuncia, si compie.

Forse è proprio da questa assenza di pubblico che nasce l’integrità, quando sei quello che sei solo per te stesso. Nessuno ti conoscerà mai davvero probabilmente, e non capirà tutto quello che hai sostenuto mentre sorridevi.

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NON OGGI NEURONE

Il cervello è convinto di essere un manager di successo, il CEO dell’incarnazione sulla terra.

Si sveglia con un milione di idee, fa una lista di cose da sistemare che nemmeno la NASA, lancia piani essenziali come se gestisse google.

Peccato che il corpo, quella creatura preistorica piena di ossa stanche e desideri discutibili, non ne voglia sapere.

Il cervello vuole meditare: il corpo ha prurito in 3 punti diversi. Il cervello propone una dieta proteica: il corpo sogna lasagne come fossero un trauma infantile da rielaborare. Il cervello cerca di essere concentrato sul presente: il corpo è già al presente, ma con digestione difficile. In pratica è come mettere un monaco zen a gestire un baracchino di fritture miste ad una sagra.

Ma il cervello insiste, cerca risposte nei podcast, nei corsi di respirazione, nelle newsletters motivazionali. Il corpo ovviamente risponde con dermatiti misteriose, cali di pressione e voglia di sdraiarsi sul primo tappeto disponibile (non necessariamente quello della palestra).

Guardate che non è sabotaggio, è vendetta karmika. Per ogni volta che hai ignorato il mal di schiena perchè dovevi rispondere ad una mail delle 23. Per ogni cena leggera a base di aria e senso di colpa, per ogni “sto bene” detto mentre dentro ti si stava organizzando un colpo di stato emotivo.

Alla fine il cervello si arrende, mentre il corpo, in silenzio, si siede e mangia un cornetto.

Perchè anche se nasci programmato per seguire il cervello, alla fine è sempre il corpo a vincere. Con una contrattura, una fame da lupi, un crollo sul divano sotto la copertina e zero senso del compromesso.

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E’ GRAZIA CHE SI POSA

C’è un momento in cui smetti di capire. Succede anche alle menti più brillanti : l’equazione non torna, il perchè non basta, il mondo è un caos ben impaginato. Allora ti fermi e vedi. Una foglia, perfetta nella sua imperfezione, trema appena su un ramo. Un raggio di luce attraversa la stanza e accarezza proprio la tazza che stavi per prendere. Un bambino ride per niente. E in quel momento il cervello cede il posto al cuore e tu non sai, ma senti. La bellezza ha fatto il suo ingresso, silenziosa, inutile, salvifica. E così, tutto, inspiegabilmente , ha un senso. Lei non chiede nulla, non ha bisogno di essere capita, spiegata, meritata. E’ grazia che si posa, sono istanti che si rivelano solo se smetti di cercare. Ti viene incontro quando abbassi le difese, quando non ti aspetti nulla, quando sei stanco di dimostrare. Sceglie una luce morbida sul pavimento, una parola detta sottovoce, la curva di un sorriso. La bellezza non si prende, si lascia accadere. Non ha padroni ma ospiti, non ha regole, solo risonanze.

Vorremmo decifrare, risolvere, ordinare, ma ci sono cose che non si possono afferrare con le mani, la bellezza è un respiro che ti attraversa quando non stai ponendo attenzione, è un’onda che non va controllata, va sentita.

Allora nei giorni storti, nei pensieri graffianti, tra le mail da leggere ed i doveri che premono…fermati, guarda, respira: c’è un fiore, una luce, un silenzio. La bellezza è lì, ti aspetta. Ma se proprio oggi non riesci a trovarla…cerca meglio: a volte lei si nasconde tra le briciole del pane tostato.

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