
Non tutti si prendono cura dell’altro allo stesso modo. Eppure diamo spesso per scontato che esista un solo linguaggio per dire “ti sono vicino”.
Ci sono persone che di fronte ad una porta che si chiude non sopportano di fermarsi. Insistono, bussano, entrano; perchè per loro la “cura” non sa stare fuori. Perchè ritengono che è quella l’attenzione, è quello il “voler bene”. Ma ce ne sono altrettante che agiscono all’opposto: si fermano un passo prima , per rispetto, per delicatezza, perchè sanno che non tutto il dolore chiede compagnia.
Il conflitto nasce quando il proprio modo di esserci viene scambiato per misura universale, quando ciò che per me è cura diventa il criterio con cui giudico l’altro. Così, chi non insiste, viene visto come distante. Chi non forza, come disinteressato. Chi lascia spazio, come poco coinvolto. Ma non sempre è così. A volte non invadere è il modo più onesto di esserci. A volte il silenzio non è assenza, ma fiducia. Lasciare all’altro il tempo e lo spazio di cui hanno bisogno non significa voltarsi dall’altra parte.
Chiediamo tutti di essere rispettati per quello che siamo, ma il rispetto smette di essere tale quando pretende reciprocità a senso unico. Quando vogliamo essere riconosciuti senza riconoscere davvero chi abbiamo davanti. Il punto non è stabilire chi abbia ragione : è accettare che non tutti amano allo stesso modo, che esistono linguaggi affettivi diversi.
La maturità nelle relazioni forse comincia da qui: nel non chiedere all’altro di diventare diverso per rientrare nel nostro schema.Il rispetto non è essere amati come vogliamo noi, è saper riconoscere quando il modo dell’altro di esserci è differente: ma non per questo meno vero.
LaMalaQuercia










