LINGUAGGI AFFETTIVI

Non tutti si prendono cura dell’altro allo stesso modo. Eppure diamo spesso per scontato che esista un solo linguaggio per dire “ti sono vicino”.

Ci sono persone che di fronte ad una porta che si chiude non sopportano di fermarsi. Insistono, bussano, entrano; perchè per loro la “cura” non sa stare fuori. Perchè ritengono che è quella l’attenzione, è quello il “voler bene”. Ma ce ne sono altrettante che agiscono all’opposto: si fermano un passo prima , per rispetto, per delicatezza, perchè sanno che non tutto il dolore chiede compagnia.

Il conflitto nasce quando il proprio modo di esserci viene scambiato per misura universale, quando ciò che per me è cura diventa il criterio con cui giudico l’altro. Così, chi non insiste, viene visto come distante. Chi non forza, come disinteressato. Chi lascia spazio, come poco coinvolto. Ma non sempre è così. A volte non invadere è il modo più onesto di esserci. A volte il silenzio non è assenza, ma fiducia. Lasciare all’altro il tempo e lo spazio di cui hanno bisogno non significa voltarsi dall’altra parte.

Chiediamo tutti di essere rispettati per quello che siamo, ma il rispetto smette di essere tale quando pretende reciprocità a senso unico. Quando vogliamo essere riconosciuti senza riconoscere davvero chi abbiamo davanti. Il punto non è stabilire chi abbia ragione : è accettare che non tutti amano allo stesso modo, che esistono linguaggi affettivi diversi.

La maturità nelle relazioni forse comincia da qui: nel non chiedere all’altro di diventare diverso per rientrare nel nostro schema.Il rispetto non è essere amati come vogliamo noi, è saper riconoscere quando il modo dell’altro di esserci è differente: ma non per questo meno vero.

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QUESTIONE DI META

La meta non è solo il punto in cui si arriva: è ciò che organizza il cammino. E’ la forza silenziosa che orienta ogni nostro movimento, ogni scelta, ogni progetto, anche quando non ne siamo consapevoli.Camminiamo sempre verso qualcosa, persino quando diciamo di non sapere dove stiamo andando.

La direzione che prendiamo influenza il passo, la fatica che siamo disposti a sostenere, le rinunce che accettiamo, le deviazioni che tolleriamo. A volte ci sentiamo stanchi, confusi, rallentati : non perché il cammino sia troppo lungo, ma perché la meta non ci appartiene più. Si può procedere velocemente e allontanarsi da sè. Sì può rallentare, fermarsi, rimettere a fuoco e scoprire che non era il passo il problema, ma la direzione. Cambiare meta non è un fallimento, è un atto di lucidità. Significa riconoscere che non siamo più la stessa persona che ha iniziato a camminare. La fretta dà illusione di avanzare, ma la chiarezza richiede attenzione, ascolto, capacità di chiedersi: verso cosa sto davvero tendendo? Qual’è il mio “progetto”? Ed è soltanto quando la direzione è chiara che il movimento acquista senso.

Alla fine non conta altro che la precisione dello “sguardo”, perchè la meta non è solo il punto in cui si arriva, ma ciò che decide ogni passo.

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Fotografia di Stefano Serresi che ringrazio per la ricchezza di immagini da cui attingere sempre

LA PAROLA DEL GIORNO: LIBERTÀ’

Sembra scontato, ma i fatti di cronaca ci impongono una riflessione: che cos’è la libertà? Non certo fare quello che si vuole: quella si chiama assenza di limiti e non dura mai a lungo, prima o poi diventa confusione, sopraffazione e nuova prigionia.

La libertà nasce dalla coscienza nel momento in cui un essere umano capisce di poter scegliere e di dover rispondere delle proprie scelte. Per questo non è “leggera”, è una condizione esigente, chiede attenzione, responsabilità e presenza. Chiede di sapere chi si è prima ancora di decidere dove andare. Deriva dalla capacità di interrogarsi, di dubitare. Senza pensiero critico non c’è libertà, solo obbedienza mascherata.

La libertà deriva anche dal limite. Sembra un paradosso, ma non lo è. Essere liberi significa sapere dove finisci tu e dove comincia l’altro. Riconoscere i confini non per rinchiudersi, ma per non invadere. Cresce nello spazio in cui nessuno è costretto a rinunciare a sè per esistere e non è una condizione individuale pura, è sempre relazionale: esiste davvero solo quando la mia non annulla la tua e la tua non schiaccia la mia. Per questo non è garantita una volta per tutte. Và praticata, difesa, ripensata; riconquistata ogni volta che diventa comoda, ogni volta che smette di farci domande. Non è una conquista definitiva, ma un equilibrio mobile. E finchè continuiamo a porci la domanda “cosa significa essere liberi” forse non abbiamo ancora smesso di esserlo.

Se camminiamo sapendo che ogni scelta lascia un’orma e accettiamo il peso lieve di essere responsabili di quella direzione, se insistiamo a cercare una parola giusta, un gesto che non ferisca, un pensiero che non sia delegato, allora la libertà non è perduta. Sta respirando da qualche parte dentro di noi, aspettando di essere praticata ancora una volta.

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Fotografia di Stefano Serresi

ADATTAMENTO

Non accade improvvisamente. Prima cambia il passo, poi il modo di stare in una stanza, infine il tempo che impieghi a rispondere e le parole che scegli di non dire più. Adattarsi non è una decisione eroica, è un gesto minimo, quasi invisibile, che avviene mentre nessuno guarda: uno spostamento impercettibile che però salva. Non ha a che fare con la forza, nè con la resa. Ha a che fare con il limite. Con quel punto sottile in cui insistere diventa una forma di violenza, anche verso sé stessi. Soprattutto verso sé stessi.

Ci hanno raccontato l’adattamento come una virtù rumorosa, come capacità di resistere a tutto, ma resistere a tutto spesso è solo un modo diverso di sparire lentamente. C’è chi si irrigidisce, chi si disperde. Poi c’è chi impara a spostare il peso per ritrovare un equilibrio. Adattarsi non è assomigliare, non è mimetizzarsi, non è diventare compatibili ad ogni costo. E’ restare abbastanza fedeli da potersi ancora riconoscere quando tutto intorno cambia forma.

Non tutto ciò che resta ha ancora senso. Non tutto ciò che cambia è perdita. A volte ciò che chiamiamo coerenza è solo paura di muoversi e ciò che chiamiamo tradimento è solo l’unico modo possibile per continuare.Adattarsi è capire quando una forma protegge e quando diventa gabbia. E’ lasciar andare prima che il corpo debba gridare. Non si adatta meglio chi corre più veloce, ma chi ascolta più a fondo. Chi sente quando il terreno cede, quando restare è solo ostinazione travestita da lealtà.

Adattarsi non è diventare altro. E’ non smarrire il proprio centro mentre tutto intorno si sposta, riconoscendo lucidamente il momento in cui mutare forma è l’unico modo per non perdersi.

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I NOMI DELLE RENNE

Zia Grazia conosceva a memoria i nomi delle renne di Babbo Natale. Li pronunciava sorridendo quando ero bambina, come se stesse accordando qualcosa nell’aria, perchè la musica la accompagnava ovunque: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder, Blixen. Non erano solo nomi, erano un ritmo, una formula gentile, una filastrocca. Non lo sapevo ancora cosa fosse la nostalgia, ma in quelle sillabe pronunciate quasi cantando c’era un modo gentile che teneva un mondo insieme: la meraviglia, la cura, il tempo che smette di avere fretta quando ci rapportiamo con i bambini. Li ripeteva senza mai sbagliare, con una serietà tenera, come se da quell’ordine preciso dipendesse il buon funzionamento di tutte le cose.

Ecco, lei era capace di custodire una lista che non le serviva, di impararla a memoria, per offrirla ad una bambina come si offre un amuleto. Che dono straordinario: tenere vive le cose leggere senza mai trattarle come sciocche, sapere che la magia non serve a spiegare il mondo, ma a renderlo più abitabile.

Oggi, a Natale, mi accorgo che quella lista vive ancora. Non la dico ad alta voce. La ripeto dentro, come si fa con le cose sacre e fragili: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder,Blixen e mentre tutto corre e scintilla, io resto un attimo ferma a ripetere quei nomi e sento che, finchè qualcuno li custodisce, la strada è ancora illuminata. Buon Natale a tutti

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Che stanchezza….

Viviamo esposti. A tragedie che scorrono come intrattenimento, a opinioni obbligatorie , reazioni immediate, posizioni da prendere…anche quando dentro siamo svuotati. Siamo stanchi ,ma non perchè dormiamo poco, è una stanchezza che non riguarda il corpo, anche se dal corpo viene portata.Nasce nella mente: quando pensare non basta più e tutto deve essere spiegato, difeso, semplificato, schierato. Nasce nell’emotività: quando sentire troppo diventa un difetto e la fragilità qualcosa da correggere. Siamo stanchi…mentalmente…emotivamente: stanchi di dover funzionare in un mondo che continua a chiedere prestazioni senza darci indietro neanche un “senso” per le sue richieste. E’ un’epoca che consuma le persone, che chiama “resilienza”la sopravvivenza forzata. Che normalizza la violenza e pretende che la si digerisca senza fare domande. Siamo stremati dal dolore che ci passa davanti come un fiume in piena, senza ponti, senza riparo. Di essere sempre presenti, reperibili, mentre dentro manca il respiro. La nostra non è debolezza, non è pigrizia, non è mancanza di volontà: è sovraccarico. Siamo saturi di rumore, di richieste , di una normalità distorta che ha perso il senso del limite, ma non la pretesa di obbedienza. Questa stanchezza non è un fallimento individuale, ma una risposta sana ad un sistema malato. E’ il corpo che dice “BASTA” quando la mente ha già capito che continuare a correre , fare finta , reggere tutto, non è forza. E’ anestesia.

Riconoscere la stanchezza non è arrendersi. E’ smettere di collaborare con ciò che ci consuma. Perchè un mondo che funziona solo se siamo esausti non è efficiente. E’ violento. La stanchezza non è un crollo, è una luce che si abbassa perchè il buio possa dire qualcosa che il giorno non ha mai avuto il coraggio di ammettere. E, se restiamo abbastanza fermi, abbastanza sinceri, forse sentiremo che sotto questa stanchezza c’è una domanda antica che chiede soltanto quale strada prendere per non farci logorare più.

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COME ANNA, COSÌ KATE

Kate Winslet non vuole che le cancellino le rughe. Ha detto : “Se l’autostima delle donne passa da quanto sono attraenti, allora è davvero molto triste”. Ha ragione. C’è qualcosa di profondamente distorto e avvilente in un mondo che misura il valore femminile in centimetri di pelle levigata o nei secondi in cui uno sguardo ci si ferma sopra. Le rughe non sono un difetto, come vogliono farci credere, sono testimoni silenziose di ciò che siamo state. Ogni ruga è una parola incisa a mano, come impugnando un bisturi sottile: una risata, un dolore, una nascita, un inverno del cuore. Il mondo ha paura dei volti che raccontano la verità. Meglio uno specchio vuoto, rassicurante, piuttosto che uno che ci costringe a guardare il tempo, la vita che ci ha attraversate. Non è la prima volta che una donna dello schermo dice NO al ringiovanimento. Anna Magnani, anni fa, lo dichiarò senza esitare: “ Non toglietemi nemmeno una ruga. Ci ho messo una vita a farmele”. Parole che oggi risuonano nelle scelte di Kate. Due attrici, due epoche, lo stesso rifiuto: quello di cancellare i segni di una vita vissuta, solo per rientrare in uno sguardo che invecchia prima di loro. E’ un’alleanza silenziosa, fatta di pelle nuda e verità. Ma non ci si può limitare ad invecchiare: sarebbe bello scegliere di farlo in piedi, a schiena dritta, senza dover sembrare qualcun altra per essere ascoltate. Senza vergognarsi di mostrare il tempo sul volto, nei capelli, nelle mani.

Che le rughe restino, come restano le orme sul sentiero dopo il cammino. Come restano gli alberi dopo l’inverno, segni del tempo, ma anche di tutto ciò che siamo riuscite a fiorire malgrado il vento. Di tutto quello che abbiamo avuto il coraggio di essere. Non chiediamo sguardi “nonostante” le rughe, ma “attraverso” di esse. Perchè la verità non toglie bellezza: la fa risplendere.

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RANDAGI

Ci sono creature che nessuno aspetta. Arrivano senza essere chiamate e se ne vanno senza lasciare indirizzo. Le puoi riconoscere dallo sguardo: è quello di chi ha dormito sotto troppi cieli per credere che esista davvero un “per sempre”. I randagi non bussano, non si spiegano, non si scusano nè elemosinano amore, anche se a volte ne hanno bisogno più di chiunque altro. Vivono di istinto e di ferite e diffidano delle carezze troppo improvvise. Eppure, se ti scegliessero – anche solo per un minuto – capiresti che non c’è fedeltà più intensa di quella di chi ha conosciuto l’abbandono e ancora, nonostante tutto, torna.

Randagi a 4 zampe o a 2 gambe non fa differenza, portano dentro tutti lo stesso vagabondare, anche quelli che non sanno restare, che fuggono prima che tu possa affezionarti, che si salvano da soli, ma ogni tanto, vorrebbero che qualcuno li inseguisse lo stesso. Hanno imparato a non pensare, a non chiedere, a scomparire in silenzio per non disturbare. Non vogliono padroni, né gabbie dorate. Solo un angolo dove poter essere se stessi senza doverlo spiegare ogni volta. Hanno fame. Di cibo, di riparo, ma più di tutto di rispetto e, se li guardi bene, può darsi che tu riconosca in loro qualcosa di te. Oppure qualcosa che avevi dimenticato di essere. C’è una dignità ruvida in chi non appartiene a nessuno, ma continua a camminare. E forse, in fondo, siamo tutti un po’ randagi in cerca di un posto dove posare il cuore senza sentirci in pericolo.

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IL CALCIO AL CADUTO: IL NUOVO SPORT NAZIONALE

C’è qualcosa di profondamente umano, o terribilmente disumano nel prendersela con chi è già a terra. Una specie di riflesso condizionato, una pulsione primitiva mascherata da senso di giustizia: “se è finito così qualcosa lo avrà pur fatto” . Ed ecco che parte il tiro libero, il colpo finale, il giudizio morale lanciato quando l’altro non ha più fiato per rispondere. Perchè l’essere umano, quando vuole sentirsi migliore non cerca qualcuno da aiutare, cerca qualcuno da superare. A volte lo si chiama “dare una lezione” altre “mettere i puntini sulle i”, ma in fondo è solo una rivalsa travestita da virtù. Ci vuole più coraggio a lasciar andare che a colpire ancora. Non c’è dignità nell’umiliazione inflitta a chi ha già perso. Chi è a terra Non può reagire, non può difendersi, soprattutto non può contraddire. E’ perfetto! Che soddisfazione non è vero? Dare l’ultima spinta a chi ha già perso l’equilibrio . Una “spintarella etica”, magari piccola, travestita da “lo dico per il tuo bene” , oppure una bella lezione di vita mentre l’altro sta ancora raccogliendo i pezzi. Siamo tutti bravissimi a mostrare i muscoli morali quando non siamo più in pericolo, quando la partita è chiusa e ci si può gonfiare il petto davanti a chi non ha più il fiato per parlare. Poi ci raccontiamo che è giusto così, che “se l’è cercata” che “io non mi sarei mai ridotto in questo modo”. Facile no? Invece è stare zitti che è difficile, trattenere il colpo , accorgersi che lì, a terra, potremmo esserci noi. Ma questo richiede già una cosa ormai fuori tempo : l’arte dimenticata della compassione.

Non si prende a calci chi è già a terra, a meno che , non si senta la necessità impellente di mostrare tutta la propria miseria.

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SEMPRE UN PO’ FUORI, SEMPRE UN PO’ ALTROVE

C’è chi si sente a casa ovunque e chi si guarda sempre intorno con discrezione, imparando presto a muoversi piano per non disturbare un mondo che sembra appartenere a qualcun altro. Sì inizia da bambini, quando si è gli ultimi ad essere scelti nei giochi; succede poi da grandi, quando, anche tra mille voci il silenzio dentro resta il più forte. A scuola, al lavoro, nelle amicizie, perfino nei silenzi condivisi…c’è sempre qualcosa che stona, un margine che non combacia, una distanza che non si colma. Non è solitudine né timidezza, è la sensazione di essere ospite della propria vita, come se tutto avesse un ordine segreto a cui non si è stati invitati. Allora si impara ad osservare, a leggere tra le righe, a non occupare troppo spazio. Sì impara ad esserci, ma senza farsi notare, a sorridere quando si vorrebbe urlare o a sembrare forti mentre si cerca soltanto un posto dove appoggiare il cuore.

Chi vive così finisce per abitare le intercapedini, non entra mai completamente, ma neanche se ne va, resta in quella terra di mezzo dove tutto si ascolta “più forte”, dove gli altri passano senza accorgersi, e tu resti lì, a trattenere quello che nessuno vede.E quello è forse l’unico luogo che conosci davvero, che ti accompagna ovunque diventando la tua “zona confort”. “I bordi” diventano la tua casa ed i vuoti i tuoi respiri, mentre sei una presenza in quei luoghi che gli altri attraversano senza vedere. Ma forse non serve appartenere, forse non siamo fatti per entrare ovunque, né ci serve “un posto” ma soltanto una “tregua” dove poter essere niente, senza dover diventare qualcuno per essere visti.

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