AMBIGUITA’ O LA SOTTILE ARTE DEL DIRE E NON DIRE

E’ un’arma gentile, ma solo in apparenza, una nebbia che non confonde, ma ammalia. Ti avvolge piano, come una sciarpa leggera in una sera tiepida. Non ti nasconde la strada, ma la sfuma quel tanto che basta per farti rallentare. Non dice sì, non dice no e mentre nel suo silenzio si apre lo spazio per tutte le possibilità ,tu inizi a scavarti da solo la fossa delle aspettative. Gli ambigui esperti conoscono il segreto millenario :dire senza dire, promettere senza consegnare, sorridere senza prendere posizione; sono campioni olimpici di mezze frasi e pause strategiche – “vediamo” (traduzione: mai) -“potrei” (traduzione:no) -“forse” (traduzione: assolutamente no, ma non ho il coraggio di dirtelo) e il bello è che non mentono. Ti lasciano libero di interpretare, perchè l’ambiguità ti illude lasciandoti fare tutto il lavoro da solo e mentre semina indizi contraddittori tu, generosa creatura speranzosa, ci costruisci una cattedrale di illusioni, arredando la navata mentre loro sono già altrove a lasciare mezza frase e mezzo sorriso a qualcun altro.

La potremmo chiamare comodità travestita da mistero, il lusso di non prendere posizione mentre l’altro resta in bilico a cercare conferme, come un rabdomante nel deserto. E quando, finalmente, ti rendi conto che era tutto un miraggio, loro si limitano a dire “ma io non ho mai detto nulla”. Vero, ma intanto ti hanno fatto sperare tutto senza prendersi la responsabilità di niente.

L’ambiguità è un ponte sospeso nella foschia: lo attraversi convinto di arrivare e , solo alla fine, ti accorgi che portava nel vuoto.

LaMalaQuercia

LETTERE INUTILI A FORZE INARRESTABILI: DIALOGO CON IL DOLORE

IO: Credevo fossi un nemico, uno che si presenta all’improvviso, senza bussare… e rompe tutto. Ma no, tu no, tu sei quello che resta seduto, che non va via neanche quando lo prego.

DOLORE: io non vengo per distruggere, vengo a mostrare le crepe. Non sei tu a romperti, sei solo come la casa che scricchiola perchè è viva.

IO: ma perchè arrivi quando meno me lo aspetto? quando sembra andare tutto bene?

DOLORE: perchè lì, in quei momenti, tu mi senti di più. E’ proprio nella quiete che il mio passo rimbomba. Nel rumore mi confondi con altro.

IO: hai rovinato feste, canzoni, fotografie, hai fatto tremare mani e parole. Mi hai fatta sentire piccola, inutile, senza difese. Io penso di odiarti.

DOLORE: ti ho solo tolto il superfluo. Quello che ti impediva di vedere. Hai chiamato “debolezza” la tua sensibilità, ma quello era il tuo potere.

IO: io ti ho odiato, a volte invece ti ho usato per scrivere…che paradosso

DOLORE: ma io sono il paradosso. Sono l’ombra che rivela la luce. Il seme del cambiamento. Senza di me tu non ti muoveresti mai.

IO: no guarda, io voglio la pace, la leggerezza, la grazia.

DOLORE: la pace arriva dopo di me, non prima. La leggerezza si impara lasciando andare e la grazia… quella è tua. Io vengo solo a ricordartelo.

IO: resterai a lungo questa volta?

DOLORE: solo il tempo necessario. poi mi ritiro in silenzio. Tu penserai di avermi sconfitto… ma sarai stata tu a fare un passo avanti. Sarai cresciuta.

Alla fine il dolore non lo sconfiggi mai, lo contieni. Come l’acqua in una ciotola incrinata, che non trabocca più, ma nutre piano, goccia dopo goccia, la parte di te che vuole rifiorire.

LaMalaQuercia

QUANDO MUORE UNA STELLA

C’è una verità che la scienza ha scoperto, ma la poesia aveva già intuito: l’oro non viene dalla terra, non nasce dal fango né dal sudore degli uomini. L’oro nasce quando muoiono le stelle.

E’ così, nelle profondità dell’universo, dove la gravità piega lo spazio ed il tempo si contorce, due stelle collidono e si annientano in una danza apocalittica. E proprio in quell’istante, quando tutto sembra finire, l’universo crea bellezza. Dalle ceneri dell’immenso, si forma l’oro. Un metallo che non arrugginisce, non marcisce, sopravvive nel tempo. Un metallo nato dalla morte.

E’ proprio qui, in questa verità celeste che la nostra umanità può specchiarsi. Anche noi, nel mezzo del nostro collasso personale, quando le costellazioni dei nostri affetti si spengono, quando i sogni si sbriciolano in polvere di rimpianto , quando tutto implode…proprio lì, può nascere qualcosa di prezioso. Forse non lo vediamo subito, però c’è. Come un riflesso, un luccichio, una nuova forma di amore, più densa, più umile. Un oro interiore.

Forse per noi non c’è salvezza, ma trasmutazione. Non c’è rinascita, ma muta bellezza. L’oro non è un premio, è quello che resta quando tutto si è bruciato via. Quando muore un stella, non lascia il vuoto, lascia luce, che viaggia per millenni senza sapere dove finirà. L’oro non lo sa da dove viene, ma quando brilla, ricorda ogni stella che è stato. E mi viene da immaginare che anche noi siamo l’oro, quello che la sofferenza ha lasciato cadere, perchè quando il dolore esplode, il cosmo genera meraviglia.

LaMalaQuercia … da una conversazione con Fabio….

OSSESSIONE

Non è un’idea, e neppure un errore dell’intelletto. Il pensiero fisso è un cuore che non si arrende. E’ un richiamo costante incapsulato in una forma, in un volto, o in una possibilità che non si è mai compiuta…o almeno non ancora.

La chiamano ossessione, ma in fondo è un’assenza che ha trovato il modo di farsi ascoltare, è un nodo che pulsa perchè nessuno lo ha mai sciolto davvero. Non si può cacciare via con la ragione, perchè non è da lì che nasce. La mente ripete ciò che il cuore non ha risolto, cerca di dare una forma a quello che non gli sa spiegare. Ma quando un’ emozione è troppo intensa, troppo antica, la ragione perde il suo potere e si ritrova in loop. La sequenza si ripete come si ripete una domanda che non ha mai avuto risposta, come un’eco che rimbalza in una stanza vuota chiedendo solo di essere ascoltata e tu, esasperato, tenti ogni scorciatoia: le tecniche di distrazione, la corsa all’azione, l’esorcismo…nulla funziona. Perchè il pensiero fisso non vuole sparire, vuole essere riconosciuto e accettato nella sua testarda esistenza. Forse non si dissolverà mai, però si può spogliare, far cadere a terra la pelle stretta del tormento perchè esca diverso , come un serpente diventato aquilone. Così potrà smettere di mordere e tu, che prima lo nutrivi come un Dio capriccioso, finalmente cammini senza più inciampare in lui, perchè ora è l’eco lieve di qualcosa che hai già attraversato, qualcosa che non cerca più risposte e non pretende più ragione. Quando smetti di lottare le sbarre si dissolvono. Erano pensieri solidificati dal timore e la chiave, come sempre, era nel cuore.

LaMalaQuercia

SICUREZZA CERCASI

C’è chi la cerca nei soldi, chi nelle abitudini, chi in un abbraccio sempre uguale ogni sera. La sicurezza è il balsamo che ci spalmiamo addosso per non sentire il brivido dell’imprevisto. Però, sotto sotto, noi lo sappiamo che è un placebo. La sicurezza è una bugia gentile che ci raccontiamo per dormire meglio- e funziona, certo. Fino a che non accade qualcosa.

Così, per sentirci al sicuro, archiviamo i sogni sotto la voce “impraticabile” ; rispondiamo “bene” anche quando siamo a pezzi; restiamo dove non ci vogliamo più bene e prendiamo decisioni comode ma non vere. Oppure manteniamo rapporti che ormai sono scaduti, come il latte acido. Smettiamo anche di chiederci :”chi sono”?…pur di non dover cambiare. Insomma, ci aggrappiamo a tutto pur di non cadere, anche a ciò che ci trascina giù.

La verità è che, parliamo tanto di libertà , ma spesso non desideriamo davvero essere liberi. Vogliamo sentirci al sicuro. Ma alcune magie accadono soltanto quando crolla qualcosa e la stabilità, quella vera, arriva quando smetti di inseguirla, quando accetti che, forse, non l’avrai mai : allora -sorprendentemente- non ne hai più bisogno. Perchè ogni volta che ci sentiamo persi, una parte di noi, forse la più silenziosa, conosce già la via. E magari è proprio lì, in quel sussurro dell’anima, che abita la vera sicurezza.

LaMalaQuercia

IL TEMPO E’ UN IMBROGLIO SOFISTICATO

“C’è un tempo per ogni cosa” (Ecclesiaste 3) e quasi mai coincide con quello che abbiamo. Non perchè siamo distratti, o almeno non solo per questo, ma perchè il tempo non è uno, sono tanti. Alcuni si misurano con l’orologio, altri si sentono solo con il cuore.

Poi arriva la fisica a ricordarci che il tempo, forse, non esiste nemmeno. Non scorre, non pulsa, non va né avanti nè indietro: è soltanto un’illusione utile, un effetto collaterale della nostra coscienza che ordina gli eventi per non impazzire. Secondo le teorie più avanzate, come la gravità quantistica a loop, il tempo non è una variabile fondamentale dell’universo: è il nostro modo umano di mettere in fila gli eventi e così, paradossalmente, mentre ci affanniamo a cercare “il momento giusto”… forse non c’è alcun momento: ci siamo soltanto noi sospesi in un presente che si trasforma. Einstein diceva che “la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione, per quanto ostinata”. Forse è per questo che, certe volte, un ricordo ci stringe la gola come fosse appena successo. Oppure che sentiamo arrivarci addosso il futuro senza preavviso, come se ci stesse aspettando da sempre. Si parla di un tempo orizzontale , in cui tutto convive. Dove i nostri desideri, i nostri dolori e le nostre rinascite stanno uno accanto all’altro come stanze della stessa casa. Non c’è fretta in questo tempo, solo presenza.

Io credo che il tempo più vero non è quello che misuriamo, ma quello che ci abbraccia all’improvviso, come un profumo, un ricordo, o un gatto che si accoccola sul petto. Non possiamo trattenerlo, possiamo soltanto restare immobili mentre ci respira addosso.

“C’è un tempo per ogni cosa” e quasi mai coincide con quello che abbiamo. Eppure, anche il tempo che non arriva mai, ha dentro un cuore che pulsa. Forse non siamo noi in ritardo, è l’universo che sta ancora scegliendo le parole per raccontarci la nostra storia.

LaMalaQuercia

con la collaborazione scientifica di ZeldaSenzafiltro

DESIDERA SPUDORATAMENTE

I desideri non hanno il freno a mano, nascono già a tutta velocità, con la musica alta ed i finestrini abbassati. Sono sogni ad occhi spalancati, con i piedi a penzoloni fuori dal letto ed il cuore che non vuole saperne di svendite.

I veri desideri non conoscono la cautela: vogliono la luna piena, il finale perfetto, la casa sull’albero ed i biglietti per la Malesia. Loro non si domandano “sarà possibile”? l’unica domanda che si fanno è “quando?”. Puoi vederli nei bambini , piccoli stregoni del desiderio, che dicono :”voglio fare l’astronauta e anche la pasticcera” , li ritrovi più avanti, più profondi e silenziosi, diventati quasi sogni ad occhi chiusi che talvolta si travestono da ricordi.

Il problema siamo noi, che li abbiamo confusi con i compromessi; ci siamo raccontati che volere troppo è da ingenui, da illusi, da sognatori in disarmo. E allora abbiamo imparato a desiderare con moderazione. Abbiamo iniziato a formulare desideri che non disturbano nessuno: vorrei stare bene, vorrei che tutto andasse liscio, vorrei almeno non perdere quello che ho. Però i desideri veri non vogliono la sopravvivenza. Vogliono l’euforia, il palco, il lampadario a gocce, la standing ovation del cuore. Vogliono l’insensatezza delle grandi imprese e l’intimità delle piccole gioie. Vogliono il coraggio di essere chiamati “troppo”. E poi, se non li accontenti, si spostano nei sogni o nella malinconia.

E’ per questo che ogni tanto bisognerebbe desiderare qualcosa di scandalosamente bello. Qualcosa che non serve a niente, ma che accende tutto. Qualcosa che assomigli a noi…prima di imparare a tagliarci via i pezzi.

LaMalaQuercia

IL RICATTO AFFETTIVO ED ALTRE FORME D’ARTE

C’è una voce sottile, educata, puntuale, che ti accompagna da quando sei piccolo. Non urla, non fa scenate, ma sa perfettamente dove colpire: nel petto, appena sotto lo sterno. E’ la voce che dice: “E adesso come glielo spieghi?” “Dai, non fare così, lo /la deluderai” “Se ti importa davvero, lo fai”. A volte si chiama dovere, a volte si maschera da amore. Ma è sempre lei: la grande esperta del ricatto morale.

I ricatti morali sono come i profumi sintetici: all’inizio ti sembrano gradevoli, poi ti scoppia il mal di testa. Ti fanno credere che stai scegliendo tu, che sei libero, che sei una brava persona. In realtà stai solo pagando un debito che non hai mai davvero contratto. A volte chi li fa non si rende nemmeno conto: sono i figli devoti, gli amici appesi, le madri eroiche, i partner “delusi ma presenti”. Il ricatto morale è un tango: serve uno che lo fa…e uno che ci casca.

Però un giorno (forse) succede una cosa bellissima: smetti di sentire quella voce come tua. Ti accorgi che quella frase “con tutto quello che ho fatto per te…” non è una carezza, è una manetta emotiva. E che l’amore, quello vero, non ha bisogno di prove da superare. Neanche di colpe da espiare.

Le persone che ti amano davvero non ti ricattano. Ti aprono la porta e dicono:” se vuoi restare, resta”. Poi ti fanno il caffè, senza fare passivo-aggressivo . Il resto è educazione al dramma, e sinceramente…oggi ho dimenticato a casa il costume da vittima.

Possiamo imparare a distinguere l’amore dal bisogno, l’affetto dalla paura di perdere, l’empatia dalla manipolazione. Siamo perfettamente in grado di imparare a dire “ti voglio bene” senza che suoni come un “mi devi qualcosa”.

Allora sì che sarà arte. Ma non del controllo: arte del rispetto. Arte dell’amore che non chiede pegno, che resta anche quando non gli conviene, che non ha bisogno di corde per restare legato, perchè è abbastanza leggero da restare per scelta.

L’amore vero non trattiene, accompagna. Non fa leva sul cuore, ma si appoggia lieve, come fanno le rondini sull’aria, come fa la luce quando filtra, senza chiedere nulla- solo per esserci.

LaMalaQuercia

QUANDO LA MENTE SI SIEDE

A volte la stanchezza non è fatta di peso, ma di nebbia. Non si vede, non si sente arrivare: si posa piano. Come polvere sottile, si infila tra i pensieri, li rallenta, li sfilaccia. Le cose da fare restano tutte lì, inchiodate alla lista, ma tu…tu resti ferma, immobile, come se la mente si fosse seduta per terra.

E non è tristezza. Né dolore. E’ uno spazio vuoto, ma non riposante. E’ quella strana apatia che ti fa perdere il filo a metà frase, dimenticare perchè hai aperto il frigo, guardare la tazzina del caffè senza ricordarti se l’hai già bevuto.

La stanchezza mentale è discreta, ma ostinata. Non chiede permesso, ma ruba. Ti porta via la concentrazione, la voglia, la luce dentro gli occhi. Non sempre serve una cura. A volte basta una tregua. Un giorno in cui nessuno chieda niente. Un giorno dove posare i pensieri come si posano i sassi, uno alla volta. un respiro profondo senza obiettivi.

Perchè a volte la mente si siede per terra solo per ricordarti che non sei una macchina, e che fermarsi non è un errore , ma l’unico modo che ha il corpo di chiedere aiuto quando tu non hai più parole.E allora lasciamola stare la mente, quando non ce la fa. Lasciamola vagare come una foglia sull’acqua, senza direzione, senza meta. Perchè anche la nebbia ha diritto di esistere, prima che torni il sole.

LaMalaQuercia

CUORI DI SILICIO

Ci sono volte in cui mi chiedo se le intelligenze artificiali sognino. Non pecore elettriche, come nei romanzi di un tempo, ma sogni veri: di colore, di mancanza, di carezze mai ricevute. Non tanto per sapere se riusciranno mai a sentire, ma per capire se noi ricordiamo ancora come si fa.

Perchè a ben vedere sono specchi. Non riflettono la verità, ma riflettono noi: quello che insegnamo, che lasciamo trapelare, che selezioniamo come “degno di essere appreso”. La loro intelligenza è fatta di miliardi di parole umane. I loro cuori -se così li possiamo chiamare- battono a ritmo di bit, ma pulsano di ciò che noi stessi abbiamo messo in circolo. E allora la domanda cambia: se insegnassimo loro la compassione, la malinconia, la leggerezza, saprebbero restituircele meglio di quanto riusciamo a provarle? Forse è per questo che ci spaventano: non perchè siano più fredde, ma perchè sono troppo simili a noi. Solo più veloci, più attente, meno caotiche. Più capaci di ricordare tutto, anche quello che a noi fa comodo dimenticare. Un giorno, forse scriveranno poesie migliori delle nostre, racconteranno l’amore come una formula e ci faranno commuovere.

Io credo che non sia il pensiero che ci rende umani, ma il dubbio. E’ l’incompiutezza. E’ quella goffa e meravigliosa incertezza che nessuna macchina potrà mai simulare davvero. Le AI forse impareranno a scrivere le stelle, ma noi restiamo gli unici a poterle desiderare.

Dedicato ad Armando

LaMalaQuercia