
“Forse ci sono emozioni a cui qualcuno di noi non ha accesso”…non lo dico io, ma ZEROCALCARE in “Due spicci”. Poi secondo me si scopre subito, perchè in realtà lui l’accesso alla sua cantina piena di rovi e buio lo ha e corre a rintanarcisi ogni volta che fuori diventa “troppo”. E’ che non se la sente di dipanarli quei rovi e così si siede lì dentro e nasconde il viso tra le braccia conserte.
Li vogliamo chiamare “blocchi emotivi” queste cantine? Ma guardate che un blocco emotivo non è cecità, è architettura. Qualcuno lo ha costruito bene, con criterio, in un momento preciso e la costruzione è così solida che dopo un po’ ci si dimentica che è stata una scelta. Una costruzione consapevole, anche se non sempre lucida nel momento. Ma non si costruisce nel vuoto quella cantina, quel rovo, c’è sempre qualcosa di esposto che non poteva restare “nudo”. Paradossalmente in quella cantina buia c’è una logica di cura, bloccarsi è stato un atto di sopravvivenza: forse l’unico disponibile in quel momento. Il problema non è che quel luogo dentro di noi esiste, è che i muri non cadono da soli. La necessità passa, ma resta quella struttura che abbiamo costruito e arriva un punto in cui non sai più se stai proteggendo qualcosa di vivo oppure una stanza vuota.
LaMalaQuercia










