CIAO ROBERT

Ieri, con discrezione , Robert Redford se n’è andato dal mondo. Non era solo un attore, non solo un regista, non solo il fondatore di Sundance. Era un uomo che ha creduto nel cinema come possibilità, che ha lottato per lasciare spazio a voci nuove, scomode, indipendenti. Ha amato la natura, ha lottato per i diritti dei popoli, ha protetto il silenzio dal rumore, ha costruito una casa per il cinema che non aveva casa: il SUNDANCE

Ma ora che non c’è più, cosa resta? Resta un volto (bellissimo) quello sì, quello in questi giorni sarà ovunque, ma soprattutto l’eco di una misura rara: quella di chi sa fare un passo indietro senza perdere forza. Robert Redford non era solo il mito bello e irraggiungibile, era il simbolo di una sobrietà luminosa, di una grandezza senza arroganza, di una gentilezza che non voleva farsi notare, ma farsi sentire. Ed in un tempo in cui l’arte grida, lui sussurrava (anche ai cavalli). In un tempo in cui l’ego invade, lui faceva spazio.

Quando la leggenda dorme , il mondo resta un po’ più silenzioso. Ma forse, proprio per questo, si può ascoltare meglio tutto ciò che Redford ha lasciato non detto.Resta il peso della memoria, di un’epoca del cinema che non tornerà e con quella idea, quasi dimenticata, che l’arte possa ancora servire qualcosa di più grande dell’ego.

Maryl Streep, sua co-protagonista in uno dei miei film preferiti : “Leoni per agnelli” , lo ha salutato parafrasando il titolo, ha detto : “uno dei leoni se ne è andato. Riposa in pace mio caro amico”.

Sì Mister Redford, un leone se ne è andato in silenzio e noi oggi non possiamo fare altro che inchinarci

Cecilia Buglioni

TRACCE D’AMORE IN OGNI DIREZIONE

L’amore non è sempre buono, non è sempre giusto, non è sempre utile. Ci sono amori che salvano e altri che ti si infilano dentro come spine e non li togli più: ma non riesci nemmeno a chiamarli “male” , perchè in qualche modo erano veri.

Ci sono amori che ti fanno sentire a casa. Amori silenziosi, che nutrono piano, come acqua che scende lenta. Poi ci sono quelli che ti consumano, che arrivano come arriva la febbre, promettono l’eternità e poi si spengono, lasciandoti spossato.

E gli amori che finiscono senza colpa? Perchè il tempo cambia, perchè le parole non bastano più, perchè qualcosa si è spezzato e nessuno ha saputo saldarlo? Li lasci andare piano, e soltanto dopo capisci che non erano sbagliati, erano solo finiti.

Ma ci sono anche amori che non cominciano mai davvero, che esistono solo a metà: dentro la testa, nei messaggi non inviati, negli sguardi che durano un attimo di troppo. Amori che non hanno avuto il coraggio, o il momento giusto; eppure sono rimasti come tracce leggere, ma indelebili.

Poi ci sono gli amori che chiami così solo per non doverli nominare in altro modo: dipendenze, abitudini, illusioni, attese. Ti dici che è amore per non guardare il vuoto che ti porti dentro. E gli amori che arrivano quando non stai cercando nulla? che belli, non promettono niente e non ti chiedono di essere altro da te. Sono rari.

Non tutti insegnano. Non tutti curano e non tutti costruiscono. Ma anche quelli sbagliati, quelli mancati, quelli che non ti hanno fatto bene, lasciano tracce. E anche se non sai più dove stavi andando, resta comunque il segno che sei passato di lì, tra quelle braccia, tra quei pensieri, tra quelle emozioni e che qualcosa in te, anche solo per un attimo, ha provato ad amare.

LaMalaQuercia

Per quel lettore (Fabio Marinelli), che nei commenti ha parlato della canzone di Laura Pausini “strani amori”…

DISTACCO

Ci sono distacchi che sembrano impossibili. Non perchè non si possa andare via, ma perchè il dopo non ha ancora nome. Chi saremo senza quella cosa, senza quella persona, quel ruolo ,quel luogo, quel sogno? I distacchi che fanno paura non sono quelli rumorosi, sono quelli interni, silenziosi, con le luci soffuse, che cambiano l’orientamento della vita. Quelli che non si possono spiegare. Quelli che sentiamo come una fine, ma che forse sono solo il vuoto necessario prima di un nuovo inizio. Lo sentiamo venire da dentro e smettiamo di credere a ciò che ci teneva in piedi. Cessiamo di voler essere ciò che cercavamo di diventare e ci accorgiamo, in un istante secco o in una lunga agonia, che nulla tornerà com’era. E’ lì che nasce la paura, perchè quando il distacco è vero, non ci lascia identici. Ci spoglia, ci obbliga a fare pace con l’assenza.

A volte il distacco arriva da solo, come una frattura improvvisa, una fine che ci precede. Una morte, un licenziamento, un abbandono, un prima e un dopo che non abbiamo deciso. Oppure siamo noi a sentire che qualcosa si è spezzato, ma continuiamo a restare, in attesa di un segno, di un gesto che ci eviti la responsabilità di dire “basta”. In entrambi i casi, il coraggio non sta nell’azione. Sta nel non aggrapparsi a ciò che non c’è più. Nel non mentirsi, anche quando non si è pronti. A volte, lasciare non significa andarsene. Significa non aderire più. Essere lì, ma non esserci più. Guardare, ascoltare, rispondere …ma da un punto diverso. Un punto più libero. più nostro.

Distaccarsi è arrendersi al ritmo della trasformazione. E’ smettere di fingere che siamo ancora quello che eravamo.

LaMalaQuercia

“LO SENTIVO PRIMA”

Ci sono momenti in cui sai. Non sai perchè, non sai da dove. Ma sai.

Sai che quella persona non tornerà. Sai che qualcosa sta per accadere. Sai che una parola sta per essere detta, o che un silenzio si spezzerà. E lo sai prima che succeda.

Non è magia, non è superstizione. E’ un sentire che vive sotto il pensiero. Una zona sottile, viscerale, dove la mente ancora tace, ma qualcosa dentro di te è già in cammino.

Ci hanno insegnato a fidarci della mente, della logica, delle prove, del visibile. Tutto il resto – il sentire profondo , le sensazioni senza motivo, il sapere che arriva senza percorso- è stato classificato come superstizione o follia. Così abbiamo dimenticato. Dimenticato che siamo fatti anche di ascolto silenzioso. Di presenza. Di connessione con qualcosa che non si vede, ma che ci attraversa. Quando “senti prima” non è un miracolo. E’ la tua anima che ha colto una vibrazione, è il tuo corpo che ha “letto” un campo invisibile, è il tuo spirito che ha riconosciuto un passaggio sottile prima che la realtà si manifestasse. In quel sapere non razionale, c’è un’intelligenza più vasta. Un filo che ci unisce a ciò che ancora non è, ma sta per essere. A volte lo sentiamo come paura, altre come una quiete inspiegabile; altre ancora, come un nodo allo stomaco, una vertigine improvvisa, una parola che ci si forma in bocca prima che qualcuno la pronunci. E tutto accade un attimo dopo.

A volte l’intuizione arriva come un sussurro. Altre, come un grido muto. La vera domanda non è se sappiamo, ma se siamo pronti a reggere quello che sappiamo.

LaMalaQuercia

LA VERITA’ DELL’OMBRA

C’è una zona cieca che abita dentro ogni essere umano. La chiamano “ombra”, come se fosse altro da noi. Ma non lo è.

L’ombra è la parte che non vogliamo vedere, e che però ci vede benissimo. Conosce i nostri scatti d’ira, i pensieri meschini, le fughe codarde, i desideri troppo grandi o troppo sporchi. E’ ciò che respingiamo per poterci dire “buoni”, “giusti”, “spirituali”, “adatti”. Ma proprio quel rifiuto la rende più forte.

Molti cercano di combatterla. Ma la verità è che nella maggior parte dei casi perdiamo. Perdiamo finché continuiamo a trattarla come se fosse un nemico. Ma quando smettiamo di opporci ed iniziamo ad ascoltare, allora qualcosa si può trasformare. Non è una vittoria, è un passaggio, un primo passo verso qualcosa che può assomigliare alla libertà. E se l’ombra non andasse eliminata? Se la guardassimo, ascoltassimo, comprendessimo? Non per giustificare il male, ma per togliere potere al rifiuto. Perchè ciò che viene escluso torna sempre: più subdolo, più feroce, più disperato. Chi riesce a sedersi accanto alla propria ombra senza fuggire non diventa un santo. Impara solo a non raccontarsi più storie.

E in quel silenzio spoglio, dove ogni illusione si è arresa, resta soltanto il battito nudo di ciò che siamo, senza più difese, senza più maschere da usare nemmeno con noi stessi.

LaMalaQuercia

LO SCARICABARILE ESISTENZIALE

C’è chi passa la vita a puntare il dito, a cercare colpevoli per ogni inciampo. Gli altri sono sempre i responsabili: i genitori che non hanno capito, l’amico che ha tradito, il compagno che non ha sostenuto: così è più facile, si porta il peso fuori di sé e ci si alleggerisce a scapito del mondo.

Eppure, ogni colpa gettata altrove ritorna come un eco. Non se ne va, non si disperde: resta lì in attesa di essere guardata, perché la verità è che nessuno può vivere al posto nostro. Ogni scelta che compiamo porta il nostro nome inciso dentro, anche quando cerchiamo di cancellarlo. Attribuire agli altri la responsabilità dei nostri fallimenti è come piantare un seme e pretendere che sia il vento a coltivarlo . Ma il vento non lo sa che cosa vogliamo far crescere. E allora i giorni passano ed il raccolto non arriva.

Solo quando smettiamo di cercare colpevoli ci accorgiamo che la libertà comincia proprio dal lì: nel prenderci sulle spalle il peso delle nostre decisioni e nel riconoscere che anche quando sbagliamo, quello sbaglio ci appartiene. E’ un pezzo di strada, non un muro.

Alla fine non siamo prigionieri delle colpe degli altri, ma solo del coraggio che non abbiamo di guardarci allo specchio.

LaMalaQuercia

DESTINO – TRA SCELTA E MISTERO

C’è chi lo immagina come una mano invisibile che sposta le pedine sulla scacchiera, chi come un libro già scritto in ogni dettaglio, altri ancora, come un vento capriccioso che soffia a caso.

Ma forse il destino è più simile ad un intreccio di fili: alcuni sono fissi, come saldati, impossibili da spezzare; altri restano sciolti in attesa delle nostre scelte.

Il destino non decide al posto nostro, ma ci mette davanti a porte. Alcune si aprono da sole, altre aspettano che le spingiamo, poi ci sono quelle che restano chiuse anche se bussiamo con tutte le nostre forze. Non è solo destino quello che viviamo, è anche il modo in cui danziamo con lui, come quando si balla con un partner che conduce, ma la grazia del movimento dipende anche da noi.

Alla fine , forse, destino, non è che una parola per definire l’incontro misterioso tra ciò che non scegliamo, e ciò che decidiamo di fare con ciò che ci è caduto addosso. Un abbraccio instabile, ma reale, tra la vita che ci accade e la vita che ci inventiamo. Così, non è catena né libertà assoluta: è un fiume che scorre mentre noi impariamo a nuotarci dentro, sapendo che non possiamo fermarne la corrente, ma possiamo decidere se affondare o lasciarci portare fino al mare che ci attende da sempre.

LaMalaQuercia

TELEUTE

Teleute è l’ultimo nome che la vita pronuncia. Non urla, non graffia, non annuncia il suo arrivo. Si siede sul bordo del letto, sul ciglio della strada o sul marciapiede …in una mattina qualunque , accarezza i capelli a chi parte e lascia un profumo che nessuno saprà mai descrivere. E’ la soglia, il sospiro che si perde. E’ il silenzio che segue la nota più alta.

Arriva sempre, anche se nessuno la invita. Non bussa, non chiama, non prende appuntamento. Entra nei silenzi, nei respiri trattenuti, negli sguardi persi oltre la finestra. La chiamano fine, ma é solamente un passaggio. E’ un attraversamento, un punto di sutura tra quello che è stato e ciò che non sarà più.

Teleute è il respiro che non torna, la tazzina rovesciata sul letto, il corpo che si svuota con grazia…come un vestito lasciato su una sedia. E’ l’arte segreta del congedo, il momento esatto in cui qualcosa smette di appartenere a questo mondo.

Teleute passa e non lascia orme, ma chi la incrocia non sarà mai più lo stesso, perchè non è nella sua mano che stringe, ma nello spazio vuoto che apre.

Teleute poi si allontana, con un silenzio che fa tremare i muri portando con se anche l’ultima parola che non hai potuto dire. Ma non porta via tutto: lascia qualcosa, sempre, una traccia minuscola, un’eco, un punto di luce nell’ombra che ci ricorda che anche la fine ha una sua forma di bellezza.

LaMalaQuercia

AMBIGUITA’ O LA SOTTILE ARTE DEL DIRE E NON DIRE

E’ un’arma gentile, ma solo in apparenza, una nebbia che non confonde, ma ammalia. Ti avvolge piano, come una sciarpa leggera in una sera tiepida. Non ti nasconde la strada, ma la sfuma quel tanto che basta per farti rallentare. Non dice sì, non dice no e mentre nel suo silenzio si apre lo spazio per tutte le possibilità ,tu inizi a scavarti da solo la fossa delle aspettative. Gli ambigui esperti conoscono il segreto millenario :dire senza dire, promettere senza consegnare, sorridere senza prendere posizione; sono campioni olimpici di mezze frasi e pause strategiche – “vediamo” (traduzione: mai) -“potrei” (traduzione:no) -“forse” (traduzione: assolutamente no, ma non ho il coraggio di dirtelo) e il bello è che non mentono. Ti lasciano libero di interpretare, perchè l’ambiguità ti illude lasciandoti fare tutto il lavoro da solo e mentre semina indizi contraddittori tu, generosa creatura speranzosa, ci costruisci una cattedrale di illusioni, arredando la navata mentre loro sono già altrove a lasciare mezza frase e mezzo sorriso a qualcun altro.

La potremmo chiamare comodità travestita da mistero, il lusso di non prendere posizione mentre l’altro resta in bilico a cercare conferme, come un rabdomante nel deserto. E quando, finalmente, ti rendi conto che era tutto un miraggio, loro si limitano a dire “ma io non ho mai detto nulla”. Vero, ma intanto ti hanno fatto sperare tutto senza prendersi la responsabilità di niente.

L’ambiguità è un ponte sospeso nella foschia: lo attraversi convinto di arrivare e , solo alla fine, ti accorgi che portava nel vuoto.

LaMalaQuercia

LETTERE INUTILI A FORZE INARRESTABILI: DIALOGO CON IL DOLORE

IO: Credevo fossi un nemico, uno che si presenta all’improvviso, senza bussare… e rompe tutto. Ma no, tu no, tu sei quello che resta seduto, che non va via neanche quando lo prego.

DOLORE: io non vengo per distruggere, vengo a mostrare le crepe. Non sei tu a romperti, sei solo come la casa che scricchiola perchè è viva.

IO: ma perchè arrivi quando meno me lo aspetto? quando sembra andare tutto bene?

DOLORE: perchè lì, in quei momenti, tu mi senti di più. E’ proprio nella quiete che il mio passo rimbomba. Nel rumore mi confondi con altro.

IO: hai rovinato feste, canzoni, fotografie, hai fatto tremare mani e parole. Mi hai fatta sentire piccola, inutile, senza difese. Io penso di odiarti.

DOLORE: ti ho solo tolto il superfluo. Quello che ti impediva di vedere. Hai chiamato “debolezza” la tua sensibilità, ma quello era il tuo potere.

IO: io ti ho odiato, a volte invece ti ho usato per scrivere…che paradosso

DOLORE: ma io sono il paradosso. Sono l’ombra che rivela la luce. Il seme del cambiamento. Senza di me tu non ti muoveresti mai.

IO: no guarda, io voglio la pace, la leggerezza, la grazia.

DOLORE: la pace arriva dopo di me, non prima. La leggerezza si impara lasciando andare e la grazia… quella è tua. Io vengo solo a ricordartelo.

IO: resterai a lungo questa volta?

DOLORE: solo il tempo necessario. poi mi ritiro in silenzio. Tu penserai di avermi sconfitto… ma sarai stata tu a fare un passo avanti. Sarai cresciuta.

Alla fine il dolore non lo sconfiggi mai, lo contieni. Come l’acqua in una ciotola incrinata, che non trabocca più, ma nutre piano, goccia dopo goccia, la parte di te che vuole rifiorire.

LaMalaQuercia