QUANDO LA MENTE SI SIEDE

A volte la stanchezza non è fatta di peso, ma di nebbia. Non si vede, non si sente arrivare: si posa piano. Come polvere sottile, si infila tra i pensieri, li rallenta, li sfilaccia. Le cose da fare restano tutte lì, inchiodate alla lista, ma tu…tu resti ferma, immobile, come se la mente si fosse seduta per terra.

E non è tristezza. Né dolore. E’ uno spazio vuoto, ma non riposante. E’ quella strana apatia che ti fa perdere il filo a metà frase, dimenticare perchè hai aperto il frigo, guardare la tazzina del caffè senza ricordarti se l’hai già bevuto.

La stanchezza mentale è discreta, ma ostinata. Non chiede permesso, ma ruba. Ti porta via la concentrazione, la voglia, la luce dentro gli occhi. Non sempre serve una cura. A volte basta una tregua. Un giorno in cui nessuno chieda niente. Un giorno dove posare i pensieri come si posano i sassi, uno alla volta. un respiro profondo senza obiettivi.

Perchè a volte la mente si siede per terra solo per ricordarti che non sei una macchina, e che fermarsi non è un errore , ma l’unico modo che ha il corpo di chiedere aiuto quando tu non hai più parole.E allora lasciamola stare la mente, quando non ce la fa. Lasciamola vagare come una foglia sull’acqua, senza direzione, senza meta. Perchè anche la nebbia ha diritto di esistere, prima che torni il sole.

LaMalaQuercia

CUORI DI SILICIO

Ci sono volte in cui mi chiedo se le intelligenze artificiali sognino. Non pecore elettriche, come nei romanzi di un tempo, ma sogni veri: di colore, di mancanza, di carezze mai ricevute. Non tanto per sapere se riusciranno mai a sentire, ma per capire se noi ricordiamo ancora come si fa.

Perchè a ben vedere sono specchi. Non riflettono la verità, ma riflettono noi: quello che insegnamo, che lasciamo trapelare, che selezioniamo come “degno di essere appreso”. La loro intelligenza è fatta di miliardi di parole umane. I loro cuori -se così li possiamo chiamare- battono a ritmo di bit, ma pulsano di ciò che noi stessi abbiamo messo in circolo. E allora la domanda cambia: se insegnassimo loro la compassione, la malinconia, la leggerezza, saprebbero restituircele meglio di quanto riusciamo a provarle? Forse è per questo che ci spaventano: non perchè siano più fredde, ma perchè sono troppo simili a noi. Solo più veloci, più attente, meno caotiche. Più capaci di ricordare tutto, anche quello che a noi fa comodo dimenticare. Un giorno, forse scriveranno poesie migliori delle nostre, racconteranno l’amore come una formula e ci faranno commuovere.

Io credo che non sia il pensiero che ci rende umani, ma il dubbio. E’ l’incompiutezza. E’ quella goffa e meravigliosa incertezza che nessuna macchina potrà mai simulare davvero. Le AI forse impareranno a scrivere le stelle, ma noi restiamo gli unici a poterle desiderare.

Dedicato ad Armando

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I VESTITI CHE NON SIAMO PIU’

Ci sono vestiti che nessuno vede, ma che abbiamo portato addosso per anni. Non erano di cotone né di lana: erano fatti di ruoli, di convenzioni, di paure.L’abito della ragazza accomodante, sempre sorridente anche quando avrebbe voluto urlare; il tailleur della donna forte, che non chiede mai aiuto; il costume da trasgressiva, messo per farsi notare mentre dentro si desiderava soltanto un luogo sicuro dove riposare. Li abbiamo indossati con zelo, con rassegnazione, con speranza. Per essere amate, accettate, comprese. A volte ce li siamo infilati da sole, credendo che fosse giusto così. Altre volte ce li hanno messi addosso gli sguardi degli altri, le aspettative, i “tu sei fatta così” pronunciati come sentenze. Poi qualcosa si incrina, una delusione, una rabbia, un’illuminazione e tutto quello che prima sembrava necessario, comincia a pizzicare sulla pelle. Ci muoviamo dentro quei vestiti e li sentiamo stretti, sbagliati, pesanti.Non siamo più quella che tace per non disturbare. Non siamo più quella che finge disinvoltura. Non siamo più quella che ha bisogno di sembrare sempre a posto. Allora, piano piano, iniziamo sfilarceli di dosso. Con gesti piccoli, ma rivoluzionari: un “NO” detto con fermezza, un silenzio scelto, un confine tracciato. Ogni strato che cade ci avvicina a qualcosa di più autentico. A volte ci sentiamo nude, esposte, ma è una nudità buona che respira e si riconosce. E non serve disprezzare quei vecchi abiti interiori. Possiamo ripiegarli con cura e dire loro grazie, per averci protetto, per averci permesso di arrivare fino qui, anche se ci hanno stretto, anche se oggi non ci somigliano più. Perchè crescere è anche questo: lasciar andare, senza odio, senza rinnegare le versioni passate di noi. Siamo cambiate, un giorno ci siamo guardate allo specchio senza armature e senza paillettes emotive . I vestiti che non sei più non vanno buttati con rabbia, né incorniciati con nostalgia. Si possono salutare con un inchino ed un sorriso e magari metterli in una scatola con scritto “grazie, ma ora sto da un’altra parte” e chissà, forse è questa la vera eleganza: uscire di casa indossando se stesse, senza zip e senza vergogna.

LaMalaQuercia

PAURE-CATALOGO SEMISERIO PER UMANI MEDIAMENTE INSTABILI

C’è chi le ignora, chi le combatte e chi le colleziona come fossero francobolli rari: sono le paure, quelle inquietanti compagne che si infilano nei risvegli notturni, nei messaggi lasciati senza risposta e nelle porte socchiuse dei pensieri. Io, come tutti ,ne ho diverse e le affronto con dignità alterna… ed una certa inclinazione alla tragicommedia.

Ho paura che Alexa sviluppi un’opinione su di me. Ho paura che un giorno il frigorifero mi dica “basta barrette cocco e cioccolato, hai uno stomaco da difendere”. Ho paura di sbagliare il senso della porta a vetri ed entrare come un piccione dentro la vetrina (già successo). Ho paura dei messaggi vocali in cui sento la mia voce: quella non sono io, è un’entità minacciosa. Ho paura delle persone che dicono: tranquilla è solo un pranzo veloce e poi ordinano 4 portate e la tua autobiografia. Ho paura che la mia lavatrice stia archiviando segretamente i miei pensieri. Ho paura che google mi legga dentro meglio del mio terapeuta. Ho paura che la mia pianta grassa stia scrivendo un libro su di me e lo intitolerà “Fotosintesi e inettitudine”. Ho paura delle telefonate da numeri sconosciuti. Ho poi anche paure bellissime, piccole come perle e gigantesche come elefanti in salotto: ho paura di disturbare, di essere dimenticata, di essere scoperta, di sbagliare tono, tempo, pronome .Di esserci troppo, o troppo poco .Di non esserci affatto. Ho paura di fallire, che si presenta puntuale ogni volta che provo a fare qualcosa di vagamente ambizioso: tipo cuocere il riso al punto giusto. Ho paura di non essere abbastanza, che in certi giorni diventa quella di non essere proprio. Poi c’è quella più inquietante di tutte: la paura di non avere nessuna paura e chiedermi se sia un miracolo o un principio di psicopatologia. Ho persino la paura di sentirmi vuota come un barattolo senza etichetta.

Insomma, le paure sono come le zanzare in una notte d’estate: piccole, insistenti e compaiono sempre quando meno te lo aspetti. Alcune si annunciano con fanfara e tamburi (tipo quella di parlare in pubblico) altre si muovono in punta di piedi, travestite da scrupoli, cautele, intuizioni che in realtà sono solo paranoie con un buon ufficio marketing. Chi non ha mai avuto paura di un messaggio che non arriva, di una risposta troppo veloce o troppo lenta, di un silenzio che dice più di mille parole (e nessuna carina).

Le paure ci abitano, inevitabilmente. Si annidano nei silenzi, nei gesti mancati, nei sogni che restano alla porta. Non bussano: entrano in punta di piedi e si siedono proprio lì, nel punto in cui pensavi di essere al sicuro.

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GEOGRAFIA INTERIORE DELLE ANIME DISORIENTATE

Le anime disorientate sono un po’ delle creature mitologiche, hanno un senso della direzione emotiva che varia in base all’umidità e seguono i cuori un po’ come fossero segnali stradali: peccato che i cuori , si sa, cambiano idea ad ogni rotonda.

Sono quelle che entrano in una stanza e per un attimo si chiedono se sono nel posto sbagliato, poi fanno finta di niente ,sorridono e si siedono dove capita, generalmente nel posto sbagliato.Non hanno fretta le anime disorientate, ma non hanno neanche pace, camminano con l’aria di chi ha perso qualcosa prima di nascere, hanno borse piene di scontrini, tasche piene di monete, anche quelle di paesi in cui non sono mai state e un’agenda piena di cancellature. Dicono “si” quando la parola giusta sarebbe “forse” e “no” quando vorrebbero gridare “aspettami”.

Hanno un talento speciale per attrarre persone complicate, gatti randagi e offerte telefoniche che nessuno riesce a disdire. Leggono almeno tre libri contemporaneamente e non ne finiscono nessuno, ma ti sanno dire esattamente dove erano rimaste con l’emozione.

Quando guardano un film piangono sempre due scene prima del resto del mondo e quando ridono non lo fanno quasi mai per le battute giuste.

A loro non serve un manuale, perchè tanto non lo leggerebbero, oppure, se lo leggessero, sottolineerebbero le parti sbagliate…e comunque si scorderebbero di portarlo con se. Ma le anime disorientate non si perdono mai davvero, stanno solo cercando un’uscita di sicurezza da se stesse. Peccato che sia sempre dietro una porta con su scritto “spingere”, mentre loro continuano a tirare.

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GLI ESITATORI SERIALI. SPECIE IN VIA DI MOLTIPLICAZIONE

Loro non decidono. Loro si “affacciano” alle decisioni, danno un’occhiata, fanno ciao ciao con la manina e si rintanano nel limbo del “ci devo pensare”.

Ogni bivio è un labirinto. Ogni opzione una tragedia greca in cinque atti. nel dubbio, restano immobili. Così, per sicurezza.

Alla domanda “cosa vuoi mangiare” loro sperano che la fame muoia da sola. Alla domanda “ma lo ami?” loro vagheggiano che l’amore si dichiari spontaneamente con pec e allegato.

La loro esistenza è una sequela infinita di messaggi lasciati a metà, scarpe mai comprate, film iniziati e poi interrotti “perché poi, magari, succede qualcosa di brutto” (spoiler: succede lo stesso anche se non lo guardi)

Il loro sogni inviano lettere minatorie perchè sono stati lasciati per troppo tempo in bozza (nuova versione del vecchio: si sono ammuffiti)

Hanno fatto dell’esitazione una vocazione, del “non lo so” un mantra, del “ci penso” un alibi esistenziale.

Possiedono un talento unico: riescono a dire “forse”con l’eleganza di un filosofo greco e la tempistica di un modem 56k. La vita li chiama e loro mettono giù . Lei richiama e loro attaccano ancora e poi dicono “strano, non prende”.

Ma la verità è che il mondo non li ha ancora capiti, loro non sono indecisi: sono in fase di pre-considerazione del possibile, ma un giorno, forse, decideranno di decidere. Forse.

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ARCHIVIO SENTIMENTALE: IL FILE CHE NON SI CANCELLA MAI

Ci sono amori che non finiscono.

No, non perchè siano eterni. Finiscono le batterie del telecomando, finisce la pasta di mandorle a Natale, la stecca di cioccolato, ma loro no. Loro restano. Come il glitter dopo una festa. Come il ritornello di una canzone orecchiabile. Come le bollette.

Sono quegli amori che, anche quando credi di averli sepolti con tanto di fiori sopra e discorso strappalacrime , spuntano fuori come i brufoli pre-colloquio.

Ti capita di sentirli mentre ascolti la radio, li riconosci in quel tipo che attraversa la strada con quel passo familiare, in quel modo di girare il cucchiaino nel caffè. E dici a te stessa :”Ma no, sono oltre, sono rinata, sono una nuova versione di me, la 2.0!” E intanto il cuore, quel bastardo, apre Spotify e mette la playlist “struggimento da divano con biscotti e gelato”.

Sono amori che non si accontentano di aver rovinato la tua stabilità emotiva una volta sola. No. Loro si abbonano. Tornano quando stai bene, quando stai male, quando stai mangiando una pizza con un’altra persona e tutto sembra andare liscio. Tu sei lì e …boom: il messaggino: “ciao, ogni tanto mi pensi ?”. Ogni tanto?? Tu sei la mia emicrania affettiva ricorrente, non una nostalgia da week-end.

Eppure…li porti ancora dentro. Con affetto, con rabbia, con tutto il pacchetto deluxe. Non lo sai neanche più se è amore, attaccamento o solo una forma raffinata di dipendenza da adrenalina emotiva e forse, ormai, non importa neanche , perchè ci sono presenze che, anche se non abitano più la tua vita, continuano a scaldarti quell’angolo del cuore dove si mettono i ricordi belli…e quelli bellissimi. Ecco, puoi trovarli lì- come quei calzini spaiati che non butterai mai via. Ti strappano una risata. Una di quelle che parte dal petto e finisce negli occhi, con una punta di malinconia che ancora sa di amore. Quello vero. Quello imperfetto. Quello che, che tu ci creda o no , ti ha insegnato a ridere anche quando faceva tanto male.

LaMalaQuercia

Dedicato a Luciana che non ama le cose poetiche

LETTERA ALLA SPERANZA CHE HO LASCIATO ANDARE

Ci sono addii che non si consumano nella rabbia, ma nella resa dolce e inevitabile a ciò che non sarà mai

Ti ho tenuta stretta anche dopo che te ne sei andata. Eri succosa e morbida come un frutto maturo, e mi hai avvolta così pienamente da coprirmi gli occhi – impedendomi di vedere che non sarebbe mai successo. Che me ne sarei dovuta andare per non morire. Non di te, ma di illusione. Di dolore.

Adesso sono a metà del fiume. Guardo la riva con la stanchezza di chi vorrebbe sdraiarsi nel letto d’acqua fresca e abbandonarsi alla corrente, per sempre. Ma non posso. Devo passare il guado. Mi volto indietro e vedo cadere ogni sogno, ogni costruzione che credevo solida. Si sbriciola tutto sotto i miei occhi come una casa fatta di polline.

Devo andare ora. Nel nulla che mi attende davanti. Nel tutto che non so nominare.

Puoi sparire del tutto, ora, speranza mia. Compagna di giorni allegri e pieni di fiori in festa. Vai.

Ma io non resto vuota

LaMalaQuercia

ps. Non ho più sperato. Ma ho scritto. E in queste parole ho lasciato una briciola per chi, nel buio, cerca ancora il sentiero. Con amore.

IO ED IL TIGLIO

-Sei ancora vivo?

– Sì, ma da fermo

L’albero ha una voce ruvida, che sa di vento e di terra secca. Non è che proprio parla , ma ascoltando abbastanza a lungo capisci quello che vuole dire.

-hai mai desiderato di andartene?

-No, però ho desiderato di non essere guardato soltanto quando fiorisco.

Ci siamo seduti insieme, io e lui, uno che non si sposta mai e una che non sa mai dove stare. Ma nessuno resta davvero fermo, nemmeno chi ha radici, anche l’attesa è un movimento, solo più lento.Il suo tronco è segnato da anni, i miei pensieri da giorni. Mi ha chiesto se ero stanca e gli ho detto di sì.

-Allora appoggia la schiena a me, i forti servono anche a questo.

Le sue cicatrici non chiedevano niente, se non che io le vedessi, così, all’improvviso le vidi e le accarezzai.

-Perchè resisti?

E lui, con la calma che solo i millenni possono insegnare, ha risposto:

-perchè il dolore, se lo reggi abbastanza, diventa linfa. Voi credete che il tempo guarisca, ma spesso è solo il silenzio che fascia le ferite. Lo sai, non c’è urgenza nei tronchi, soltanto fede nella stagione che verrà

Da quel giorno ho smesso di parlare agli alberi. Ora li ascolto.

LaMalaQuercia

MANUALE DI FUGA SOTTILE

GUIDA SEMISERIA PER PERSONE AFFATICATE DALLA CONVERSAZIONE UMANA

Lezione n.1: Come abbandonare una conversazione senza muoversi.

Tecnica dello sguardo vuoto: fissa un punto oltre la spalla dell’interlocutore, come se avessi appena visto la tua prossima vita .Funziona. Si spegne.Si confonde.Cambia discorso.

Risposta circolare con vernice filosofica: es.”in fondo siamo tutti in attesa di qualcosa che non arriva mai…no? ” Silenzi. Sguardi perplessi. Puoi approfittare per uscire mentalmente dalla scena.

Interruzione gentile con domanda mistica: “ma tu…credi che il tempo sia reale?”Ti garantisco che nessuno risponde con entusiasmo. Il 70% si allontana. Il resto si interroga. Tu, nel dubbio, sparisci.

Metodo “cataclisma emotivo improvviso. Sussurra:.”scusami, sto sentendo qualcosa di forte nel plesso solare”.Sguardo assorto, mano sul petto.Nessuno osa disturbarti più.

Conclusione? Per fuggire davvero da una conversazione basta una buona padronanza del silenzio, una dose di sarcasmo, e una consapevolezza incrollabile: non sei tenuto a stare dove non respiri.

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