GLI AVVOLTOI

Non volano, camminano tra noi. Hanno facce rispettabili, sorrisi che simulano le mani tese, parole che imitano la cura. Però aspettano: che qualcosa si spezzi, che qualcuno cada, che una storia finisca. Non creano, non custodiscono e non amano: loro si avventano … su un dolore come su un banchetto, sulle rovine come su un bottino.Non hanno bisogno di armi, basta la loro pazienza fredda, il loro sguardo che misura le debolezze. Aspettano e poi…si catapultano.

Gli avvoltoi hanno molti nomi. A volte li chiamiamo soci, a volte fratelli, eredi, a volte politici: non guardano mai in faccia chi soffre, ma ciò che resta da prendere. In loro riconosciamo sempre la stessa fame: quella di chi non ha mai saputo nutrirsi di vita e attende solo che gli altri diventino cadaveri. Hanno la calma dei predatori ben nutriti e la fame di chi non è mai sazio; si nutrono di cadute, perchè non hanno mai saputo camminare da soli …e non uccidono: aspettano che lo faccia il tempo e intanto, apparecchiano la tavola.

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ONESTA’ INTELLETTUALE

L’onestà intellettuale non è un dono, è una scelta quotidiana: quella di non tradire la verità nemmeno quando ci fa comodo. E’ sapere quando tacere, quando ammettere un limite, quando lasciare spazio a ciò che resiste alle nostre ragioni . E’ soprattutto non piegare le parole per farle stare dalla nostra parte, non usare la conoscenza come un’arma. L’onestà intellettuale è fragile, non regge il peso di certe frasi e non tollera il calore delle vanità …eppure è così forte, resta in piedi anche quando intorno frana tutto. Si può riconoscere da un silenzio, da un “non so” detto senza vergognarsi, da un dubbio custodito come una forma di rispetto. Certamente non illumina le piazze, ma è capace di scaldare le coscienze, non convince chi urla, ma sostiene chi ascolta. Il suo compito non è vincere, ma non tradire. E’ un gesto invisibile, ma che salva le coscienze.

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GERUSALEMME

Sei il luogo dove Dio è stato chiamato per nome e l’uomo ha risposto con la spada. Dove la fede è altissima, eppure la pace non arriva mai. Hai portato in grembo il primo Tempio e l’hai visto crollare. Hai sentito le urla di chi partiva in esilio, e le voci spezzate di chi tornava per ricostruire. Ti abbiamo salita con le croci, e presa con le spade. Coperta d’oro e poi di polvere.Cristiani, ebrei, musulmani- ognuno ha inciso il proprio passo su di te con prepotenza. Ma tu non appartieni a nessuno. Semplicemente sei. Sei la pietra sotto le mani che pregano, il muro che non separa più, ma trattiene le lacrime. Sei la cupola che sfida il cielo, il sepolcro che custodisce l’assenza, la via Dolorosa di chi cerca senza trovare. Nata molto prima degli eserciti e prima di ogni mappa, eri una collina silenziosa sotto il cielo. Poi sono venuti i re, con i loro templi d’oro, e i profeti, con le loro parole brucianti come fuoco. Hai conosciuto Davide, custodito Salomone. Hai tremato sotto i passi di Gesù ,hai vegliato il volo di Muhammad nella notte. Eppure, oggi, non sei che un corpo conteso. Uno scheletro di fede rivestito di filo spinato. Ogni giorno milioni di piedi ti sfiorano, ma in pochi si inginocchiano davvero. Ti fotografano, ti proclamano, ti usano come simbolo. Ma non sei un’icona, sei una ferita che non si rimargina. Ogni volta che qualcuno grida “Dio è con noi” , un altro muore in tuo nome. Ogni volta che si costruisce un muro per difenderti, si cancella una strada che portava alla pace. Allora resti ferma, tra le mani di chi prega e le armi di chi dà ordini. Sei una testimone stanca, una prigioniera di troppa fede , ostaggio dell’idea di essere sacra. Forse non vuoi più essere promessa, nè destino, forse vuoi essere soltanto ciò che eri all’inizio: un luogo dove l’umano incontra il mistero…e non lo usa. Se un giorno torneremo non per possederti ,ma per ascoltarti, non troveremo più altari, nè troni, nè confini. Troveremo soltanto un respiro e allora, forse,comprenderemo che non era Dio a chiedere sangue, ma noi a offrirglielo.

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LA LINEA INVISIBILE

Lì, dove c’è qualcosa che non ci appartiene, non si bussa, non si chiede: si aspetta. E’ necessario sapere quando tacere, quando non domandare, quando non guardare troppo dentro gli occhi di qualcuno che sta cadendo: non per indifferenza, ma per delicatezza. Perchè ci sono fragilità che tremano sotto uno sguardo.

Rispetto è accorgersi che si può fare un passo in più e decidere di non farlo. E’ non prendere quello che l’altro non ti ha dato, non spiegare una vita che non ti appartiene con le tue parole. Non dover vincere per forza, anzi, è saper perdere con dignità, senza cercare rivincite, senza alzare la voce per essere visti. Ci vuole rispetto per le scelte che non capiamo, per i silenzi che non ci riguardano e per i confini che l’altro non sa neanche spiegare. Ci vuole rispetto per le distanze che fanno male, ma che qualcuno ha bisogno di mettere. Non sempre chi si allontana vuole andarsene, a volte ha solo bisogno che nessuno lo segua

E’ una forma di presenza che non invade, il rispetto, come una verità silenziosa. Non si impone, non fa rumore, non conquista, ma quando manca si sente, come un vuoto che toglie il respiro , mentre tutto intorno sembra quieto.

Non serve capire tutto. Basta sapere dove non entrare.

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CIAO ROBERT

Ieri, con discrezione , Robert Redford se n’è andato dal mondo. Non era solo un attore, non solo un regista, non solo il fondatore di Sundance. Era un uomo che ha creduto nel cinema come possibilità, che ha lottato per lasciare spazio a voci nuove, scomode, indipendenti. Ha amato la natura, ha lottato per i diritti dei popoli, ha protetto il silenzio dal rumore, ha costruito una casa per il cinema che non aveva casa: il SUNDANCE

Ma ora che non c’è più, cosa resta? Resta un volto (bellissimo) quello sì, quello in questi giorni sarà ovunque, ma soprattutto l’eco di una misura rara: quella di chi sa fare un passo indietro senza perdere forza. Robert Redford non era solo il mito bello e irraggiungibile, era il simbolo di una sobrietà luminosa, di una grandezza senza arroganza, di una gentilezza che non voleva farsi notare, ma farsi sentire. Ed in un tempo in cui l’arte grida, lui sussurrava (anche ai cavalli). In un tempo in cui l’ego invade, lui faceva spazio.

Quando la leggenda dorme , il mondo resta un po’ più silenzioso. Ma forse, proprio per questo, si può ascoltare meglio tutto ciò che Redford ha lasciato non detto.Resta il peso della memoria, di un’epoca del cinema che non tornerà e con quella idea, quasi dimenticata, che l’arte possa ancora servire qualcosa di più grande dell’ego.

Maryl Streep, sua co-protagonista in uno dei miei film preferiti : “Leoni per agnelli” , lo ha salutato parafrasando il titolo, ha detto : “uno dei leoni se ne è andato. Riposa in pace mio caro amico”.

Sì Mister Redford, un leone se ne è andato in silenzio e noi oggi non possiamo fare altro che inchinarci

Cecilia Buglioni

TRACCE D’AMORE IN OGNI DIREZIONE

L’amore non è sempre buono, non è sempre giusto, non è sempre utile. Ci sono amori che salvano e altri che ti si infilano dentro come spine e non li togli più: ma non riesci nemmeno a chiamarli “male” , perchè in qualche modo erano veri.

Ci sono amori che ti fanno sentire a casa. Amori silenziosi, che nutrono piano, come acqua che scende lenta. Poi ci sono quelli che ti consumano, che arrivano come arriva la febbre, promettono l’eternità e poi si spengono, lasciandoti spossato.

E gli amori che finiscono senza colpa? Perchè il tempo cambia, perchè le parole non bastano più, perchè qualcosa si è spezzato e nessuno ha saputo saldarlo? Li lasci andare piano, e soltanto dopo capisci che non erano sbagliati, erano solo finiti.

Ma ci sono anche amori che non cominciano mai davvero, che esistono solo a metà: dentro la testa, nei messaggi non inviati, negli sguardi che durano un attimo di troppo. Amori che non hanno avuto il coraggio, o il momento giusto; eppure sono rimasti come tracce leggere, ma indelebili.

Poi ci sono gli amori che chiami così solo per non doverli nominare in altro modo: dipendenze, abitudini, illusioni, attese. Ti dici che è amore per non guardare il vuoto che ti porti dentro. E gli amori che arrivano quando non stai cercando nulla? che belli, non promettono niente e non ti chiedono di essere altro da te. Sono rari.

Non tutti insegnano. Non tutti curano e non tutti costruiscono. Ma anche quelli sbagliati, quelli mancati, quelli che non ti hanno fatto bene, lasciano tracce. E anche se non sai più dove stavi andando, resta comunque il segno che sei passato di lì, tra quelle braccia, tra quei pensieri, tra quelle emozioni e che qualcosa in te, anche solo per un attimo, ha provato ad amare.

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Per quel lettore (Fabio Marinelli), che nei commenti ha parlato della canzone di Laura Pausini “strani amori”…

DISTACCO

Ci sono distacchi che sembrano impossibili. Non perchè non si possa andare via, ma perchè il dopo non ha ancora nome. Chi saremo senza quella cosa, senza quella persona, quel ruolo ,quel luogo, quel sogno? I distacchi che fanno paura non sono quelli rumorosi, sono quelli interni, silenziosi, con le luci soffuse, che cambiano l’orientamento della vita. Quelli che non si possono spiegare. Quelli che sentiamo come una fine, ma che forse sono solo il vuoto necessario prima di un nuovo inizio. Lo sentiamo venire da dentro e smettiamo di credere a ciò che ci teneva in piedi. Cessiamo di voler essere ciò che cercavamo di diventare e ci accorgiamo, in un istante secco o in una lunga agonia, che nulla tornerà com’era. E’ lì che nasce la paura, perchè quando il distacco è vero, non ci lascia identici. Ci spoglia, ci obbliga a fare pace con l’assenza.

A volte il distacco arriva da solo, come una frattura improvvisa, una fine che ci precede. Una morte, un licenziamento, un abbandono, un prima e un dopo che non abbiamo deciso. Oppure siamo noi a sentire che qualcosa si è spezzato, ma continuiamo a restare, in attesa di un segno, di un gesto che ci eviti la responsabilità di dire “basta”. In entrambi i casi, il coraggio non sta nell’azione. Sta nel non aggrapparsi a ciò che non c’è più. Nel non mentirsi, anche quando non si è pronti. A volte, lasciare non significa andarsene. Significa non aderire più. Essere lì, ma non esserci più. Guardare, ascoltare, rispondere …ma da un punto diverso. Un punto più libero. più nostro.

Distaccarsi è arrendersi al ritmo della trasformazione. E’ smettere di fingere che siamo ancora quello che eravamo.

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“LO SENTIVO PRIMA”

Ci sono momenti in cui sai. Non sai perchè, non sai da dove. Ma sai.

Sai che quella persona non tornerà. Sai che qualcosa sta per accadere. Sai che una parola sta per essere detta, o che un silenzio si spezzerà. E lo sai prima che succeda.

Non è magia, non è superstizione. E’ un sentire che vive sotto il pensiero. Una zona sottile, viscerale, dove la mente ancora tace, ma qualcosa dentro di te è già in cammino.

Ci hanno insegnato a fidarci della mente, della logica, delle prove, del visibile. Tutto il resto – il sentire profondo , le sensazioni senza motivo, il sapere che arriva senza percorso- è stato classificato come superstizione o follia. Così abbiamo dimenticato. Dimenticato che siamo fatti anche di ascolto silenzioso. Di presenza. Di connessione con qualcosa che non si vede, ma che ci attraversa. Quando “senti prima” non è un miracolo. E’ la tua anima che ha colto una vibrazione, è il tuo corpo che ha “letto” un campo invisibile, è il tuo spirito che ha riconosciuto un passaggio sottile prima che la realtà si manifestasse. In quel sapere non razionale, c’è un’intelligenza più vasta. Un filo che ci unisce a ciò che ancora non è, ma sta per essere. A volte lo sentiamo come paura, altre come una quiete inspiegabile; altre ancora, come un nodo allo stomaco, una vertigine improvvisa, una parola che ci si forma in bocca prima che qualcuno la pronunci. E tutto accade un attimo dopo.

A volte l’intuizione arriva come un sussurro. Altre, come un grido muto. La vera domanda non è se sappiamo, ma se siamo pronti a reggere quello che sappiamo.

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LA VERITA’ DELL’OMBRA

C’è una zona cieca che abita dentro ogni essere umano. La chiamano “ombra”, come se fosse altro da noi. Ma non lo è.

L’ombra è la parte che non vogliamo vedere, e che però ci vede benissimo. Conosce i nostri scatti d’ira, i pensieri meschini, le fughe codarde, i desideri troppo grandi o troppo sporchi. E’ ciò che respingiamo per poterci dire “buoni”, “giusti”, “spirituali”, “adatti”. Ma proprio quel rifiuto la rende più forte.

Molti cercano di combatterla. Ma la verità è che nella maggior parte dei casi perdiamo. Perdiamo finché continuiamo a trattarla come se fosse un nemico. Ma quando smettiamo di opporci ed iniziamo ad ascoltare, allora qualcosa si può trasformare. Non è una vittoria, è un passaggio, un primo passo verso qualcosa che può assomigliare alla libertà. E se l’ombra non andasse eliminata? Se la guardassimo, ascoltassimo, comprendessimo? Non per giustificare il male, ma per togliere potere al rifiuto. Perchè ciò che viene escluso torna sempre: più subdolo, più feroce, più disperato. Chi riesce a sedersi accanto alla propria ombra senza fuggire non diventa un santo. Impara solo a non raccontarsi più storie.

E in quel silenzio spoglio, dove ogni illusione si è arresa, resta soltanto il battito nudo di ciò che siamo, senza più difese, senza più maschere da usare nemmeno con noi stessi.

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LO SCARICABARILE ESISTENZIALE

C’è chi passa la vita a puntare il dito, a cercare colpevoli per ogni inciampo. Gli altri sono sempre i responsabili: i genitori che non hanno capito, l’amico che ha tradito, il compagno che non ha sostenuto: così è più facile, si porta il peso fuori di sé e ci si alleggerisce a scapito del mondo.

Eppure, ogni colpa gettata altrove ritorna come un eco. Non se ne va, non si disperde: resta lì in attesa di essere guardata, perché la verità è che nessuno può vivere al posto nostro. Ogni scelta che compiamo porta il nostro nome inciso dentro, anche quando cerchiamo di cancellarlo. Attribuire agli altri la responsabilità dei nostri fallimenti è come piantare un seme e pretendere che sia il vento a coltivarlo . Ma il vento non lo sa che cosa vogliamo far crescere. E allora i giorni passano ed il raccolto non arriva.

Solo quando smettiamo di cercare colpevoli ci accorgiamo che la libertà comincia proprio dal lì: nel prenderci sulle spalle il peso delle nostre decisioni e nel riconoscere che anche quando sbagliamo, quello sbaglio ci appartiene. E’ un pezzo di strada, non un muro.

Alla fine non siamo prigionieri delle colpe degli altri, ma solo del coraggio che non abbiamo di guardarci allo specchio.

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